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Marketing-as-a-service. Perché no?

Marketing-as-a-service. Perché no?

Se riesco, stasera passo in palestra. Ho l’abbonamento, una delle tante subscription che ritrovo ogni mese sull’estratto conto della carta di credito: Netflix, Spotify, l’antivirus del PC… Vado in palestra perché lì posso scegliere fra le attrezzature più recenti, trovo personale esperto, incontro altre persone e… posso disdire l’abbonamento quando voglio! Scusi, ha da accedere? E così anche io sono diventato parte della subscription economy, quell’Era dell’accesso di cui scriveva (già nel 2001) il futurologo Jeremy Rifkin. Perché mai comprare dei beni (pagando costi fissi, perdendosi i vantaggi dell’aggiornamento tecnologico, rinunciando alla consulenza) quando puoi affittarli e avere sempre il meglio? Anni fa, devo ammettere, mi ero fatto la mia palestra, in un angolo della tavernetta. Cosa è successo? Quello che era il leading edge della tecnologia in pochi mesi era diventato ferraglia. Mi annoiava solo vederli quegli attrezzi, figuriamoci usarli. E voi, dopo quanti mesi vi siete stufati? Io dopo tre. In ditta il software-as-a-service lo adottiamo ormai da anni, le auto sono in serviced leasing, così come le fotocopiatrici/stampanti. Molte nostre attività potrebbero assumere la modalità as-a-service. Oh no, sul marketing non si può! Modalità as-a-service anche per il marketing, o almeno una sua parte. Cosa? Il marketing? No, quello no. Per carità! Il marketing è un ufficio, una casella nell’organigramma, un team di valorosi collaboratori. Non lo si può nemmeno pensare! O forse sì. In fondo le HR sono da sempre esternalizzate a uno studio ‘paghe e contributi’. Il ciclo passivo e attivo è on line da quando le fatture sono smaterializzate. Non parliamo della logistica. Perché il marketing non potrebbe essere realizzato in modalità as-a-service? Forse è una mentalità ‘pre-digitale’ che ci fa vedere il marketing come qualcosa di intoccabile. Una volta le aziende piccole e grandi decidevano loro se e quando apparire. Lanciavano la ‘campagna’ e poi si re-immergevano come dei sottomarini. Quando sei sul mercato, non puoi più nasconderti Da tempo ormai una azienda non può più nascondersi. E non deve farlo. Come i partiti, anche le imprese sono ‘in campagna elettorale’ 365 giorni l’anno. L’azienda deve comunicare in modo regolare e continuo così come il cuore deve battere e i polmoni inspirare ed espirare. Non smetto di respirare perché sono concentrato sulla guida. Allo stesso modo non smetto di essere presente (ad esempio sui social) perché ho focalizzato le migliori risorse del mio marketing su una campagna o su un evento. Marketing digitale e marketing ‘attivo’. Le due cose devono viaggiare in parallelo, senza ostacolarsi, senza sovrapporre le loro scadenze e le loro priorità. Esperti per fare, misurare, migliorare Marketing-as-a-service non significa dare fuori (e tantomeno fare fuori) il marketing di una azienda. Significa avere un marketing digitale gestito da esperti (come il coach in palestra) che mette a disposizione le tecnologie e gli approcci più moderni, con i quali puoi concordare e misurare andamenti e obiettivi. Significa dare costanza, allineandolo al livello più alto, mantenendo il ritmo del respiro di una azienda, liberando così risorse da concentrare sulle campagne, sulle innovazioni, sul valore aggiunto senza distrarre risorse dalla tua voglia, dal tuo bisogno di cambiare. Condividi l’articolo

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Networking? Sì, grazie. Ma… poi?

Networking? Sì, grazie. Ma… poi?

Li ritrovo nei posti più impensati: nella tasca della giacca che ho indossato l’ultima volta al Congresso o in una tasca della 24ore con la quale ero andato alla Fiera; spuntano impolverati in un angolo della scrivania… Sono i biglietti da visita che ho raccolto quando, obbedendo ai manuali di marketing, mi sono impegnato a fare networking. Ovviamente nessuno di questi contatti è stato utile o utilizzato. Cosa è successo? Probabilmente sono incorso in uno dei 4 errori del ‘dopo networking’ (o in più di uno!) Morire di prospect Raccogliere indiscriminatamente ‘contatti’ non serve a nulla. Anzi è controproducente. Non si può essere tutto per tutti. Anche a prescindere dal tempo che sarebbe necessario, se voglio interessare ‘un po’ tutti’ finisco per non essere rilevante per nessuno. Non so voi, ma il mio utile dipende all’80% da un piccolo numero di buoni clienti. Quindi non devo cercare ‘dei clienti’ ma dei ‘buoni clienti’. I potenziali buoni clienti non sono quelli con un grosso budget, né più vicini, né quelli dove conosco più persone. Sono i potenziali clienti per i quali io rappresento un potenziale buon fornitore. Sono i prospect rispetto ai quali io ho un carattere distintivo. A ciascuno la sua lista  Una vera lista di contatti (clienti e prospect) è un patrimonio aziendale, sempre più spesso il principale patrimonio. Dovrebbe essere messa a bilancio valorizzata e ammortata come un server o una macchina utensile. E deve essere messa in comune. Qualcuno investirà in un CRM, a qualcun altro basterà un foglio Excel ma non ci può essere data base dei clienti del marketing e un altro delle Vendite. E deve essere gestito, aggiornato, arricchito. Non si può arrivare al giorno prima del lancio per scoprire che metà delle mail che abbiamo mandato sono tornate indietro perché l’indirizzo era cambiato. Stop & Go Fare comunicazione una volta ogni tanto non solo non serve a nulla: è controproducente. La caratteristica dei buoni clienti e delle buone relazioni è la continuità. Devo quindi essere continuativo anche nel comunicare. Ogni azienda ha un suo ritmo e questo ritmo va mantenuto. Genio e sregolatezza La creatività va benissimo ma non la improvvisazione. La definizione precisa del target (o dei target: posso anche avviare più linee di comunicazione parallele) e del ritmo della comunicazione sono i pilastri di una strategia. Devo decidere quali canali usare, definire linee guida formali e di contenuto per assicurare coerenza e riconoscibilità ai miei messaggi. Devo prevedere delle procedure da attivare per reagire ai feedback (positivi o negativi che siano) con le tempistiche dettate dal medium. È sempre tardi per iniziare a trattare in modo strategico la propria rete di contatti. Ma rimandare è ancora peggio. Una strategia permette di essere più efficaci investendo meno tempo. E di non riempirsi le tasche inutilmente di biglietti da visita! Condividi l’articolo

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La strada da fare, insieme

La strada da fare, insieme

Il periodo è complicato, le sfide sono tante e proprio per questo è il momento di impegnarsi a capire la strada da fare. Nuove tecniche, nuovi modi per vivere nell’ambiente che ci circonda e che continua a cambiare intorno a noi. Le grandi aziende sono sempre più grandi e le piccole e medie imprese hanno sempre più energie ed elasticità. Ma non possono fare tutto da sole. Noi sappiamo come aiutarti. Come faremo Ti proporremo una struttura rivoluzionaria e una piattaforma che ti aiuterà a trovare nuovi clienti senza fare fatica. Cosa faremo? È semplice: parleremo con te. Condividi l’articolo

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Una firma dà forza al brand, ma…

Una firma dà forza al brand, ma…

‘IO’: due lettere vicine sulla tastiera. Il monosillabo che pronunciamo più spesso. Eppure molti hanno timore a usarlo nella comunicazione di marketing. Da quando esistono i social media non c’è nessun dubbio: al centro ci sono persone che comunicano con persone. Il brand entra in questa conversazione ma in punta di piedi e chiedendo permesso. Porte aperte all ‘io’ quindi anche se scrivendo in prima persona si rischia di scivolare. Chi ‘ci mette la faccia’ corre anche il rischio di farsi molto male (e di danneggiare il brand). Metterci la faccia (e una descrizione) Regola numero uno. Nessuna falsa modestia! Chi tratta un tema vuole essere riconosciuto come un punto di riferimento su quel tema. Ma su quali basi? Serve quindi una breve auto-descrizione. Non un CV, per carità! Bastano poche indicazioni magari scritte in modo simpatico. Spunti autobiografici? Sì se… E’ possibile inserire nella comunicazione qualche accenno personale purché sia rilevante (legato al tema che si vuole trattare) e coerente con la buyer persona, cioè con il profilo dell’interlocutore ideale. Gli spunti autobiografici servono ad avvicinare il lettore all’autore. Evitiamo quindi di citare trekking in Tibet o super titoli accademici. Rimanere ‘caldi’ e differenti Se la relazione è stata aperta su un piano ‘personale’, non può essere chiusa. Cosa penseremmo di una persona che un giorno ci saluta con affetto e i giorni dopo ci tratta con freddezza? Allo stesso modo, se si sceglie un tono personale, è necessario distinguersi dalle altre forme di comunicazione aziendali sotto il profilo grafico (diversa impaginazione, differente uso delle foto e delle font di caratteri) e dei contenuti. Evitiamo di riprendere frasi o immagini presenti anche nella comunicazione aziendale. Viviamo di storie Condividere storie è sempre meglio che proporre dati. Il nostro cervello assorbe e metabolizza le storie molto meglio rispetto a ogni altra fonte di informazione: le memorizza, reagisce ad esse facendole proprie condividendole ed è portato a modificare su questa base il proprio comportamento più di quanto non farebbe davanti a un ragionamento logico. Condividi l’articolo

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