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Category: Marketing

Rilevanza: la prima regola della comunicazione B2B

Rilevanza: la prima regola della comunicazione B2B

In una giornata riceviamo molte più informazioni di quelle che cento anni una persona riceveva fa nella sua intera vita. Per leggere tutti questi contenuti non basterebbe una vita intera. Legittima difesa Per forza di cose dobbiamo difenderci. Siamo divenuti tutti esperti selezionatori di informazioni. In una frazione di secondo decidiamo se vale la pena di aprire o di scorrere quel mail, quell’articolo, quel post su un social media. Su che basi avviene questa selezione? Verrebbe da dire “scelgo le più importanti”. Ma è una spiegazione imprecisa. Se così fosse, avremmo seguito tutti con attenzione le elezioni indiane (1 miliardo di elettori, la più grande democrazia del mondo) o l’evoluzione del riscaldamento globale. No, l’importanza… non è importante. E nemmeno la ‘freschezza’ dell’informazione. o l’autorevolezza della fonte. Quello che davvero ci fa decidere se leggere un contenuto è la sua rilevanza: quanto conta questo contenuto per me che lo leggo. “Leggo questo contenuto”, diciamo a noi stessi, “perché parla di me, perché è ‘fatto apposta per me’. La prima regola della comunicazioneEssere rilevante è quindi la prima regola della comunicazione, soprattutto in un contesto B2B. Il centro della comunicazione è il destinatario non l’emittente. Se leggete questo testo probabilmente è perché parla di voi. Se parlasse solo di noi, probabilmente non sareste arrivati a questa riga. Per essere rilevante a monte della comunicazione ci devono essere delle scelte drastiche. Non posso essere rilevante per tutti: devo farmi una immagine precisa del destinatario della mia comunicazione. Devo sapere con precisione ‘per chi’ sto scrivendo. La ‘buyer persona’Noi in Valuelead incoraggiamo i nostri clienti non solo a selezionare il loro interlocutore ma a dipingerlo con ricchezza di particolari. Non parliamo di target (maschio, 30-50 anni, scolarità alta, dirigente, abita in una grande città) ma di ‘buyer persona’. Sollecitiamo il cliente a tracciare un ritratto il più possibile definito del suo interlocutore (e quindi potenziale cliente) ideale: Che macchina guida, in che tipo di casa abita, che sport fa o vorrebbe fare…. Il paradosso della verosimiglianza Così facendo non rischiamo di ridurre l’efficacia del messaggio restringendo l’obiettivo? No. Un romanziere dedica pagine e pagine a tratteggiare il protagonista con mille particolari unici. Eppure nonostante questo, anzi proprio per questo, ci immedesimiamo in lui. Questo paradosso è stato analizzato da Daniel Kahneman, ‘padre’ della economia comportamentale e premio Nobel per l’Economia. Kahneman e Tverski in Pensieri lenti e veloci, riportavano un esperimento che riproponiamo con qualche modifica: Sulla base di questa descrizione “Linda, trentun anni, è single, molto intelligente e senza peli sulla lingua. Si è laureata in filosofia. Da studentessa si interessò molto ai problemi di discriminazione e della giustizia sociale, e partecipò anche a manifestazioni antinucleari”; dovendo indicare l’alternativa più probabile tra le seguenti: 1)Linda è militante di un movimento femminista, 2) Linda è insegnante, 3) Linda è insegnante e milita in un movimento femminista, la maggior parte dei soggetti sceglieva senza esitazioni la terza. Eppure il numero di donne insegnanti e militanti è una frazione del numero di donne insegnanti (forse inferiore all’ 1% vien da pensare). Ci ‘suona’ ‘più probabile’ semplicemente perché è verosimigliante. Una donna potrebbe identificarsi in questo personaggio anche se non insegna o anche se non è femminista o non si è laureata in filosofia. Non c’è rilevanza senza ‘buyer persona’ Nella pratica, avere una immagine precisa del destinatario della comunicazione, quella che noi in Valuelead chiamiamo ‘buyer persona’, aiuta immensamente la selezione dei temi e il loro trattamento ed estende invece di restringerlo, il numero di persone che si ‘ritrovano’ nella comunicazione. Ma non è solo questo. Osiamo dire che senza aver investito tempo nella definizione della buyer persona (i suoi attributi non devono essere scelti a caso: devono essere il più possibile… rilevanti ai fini di quello che vogliamo proporre o vendere) non è probabile che la nostra comunicazione sia ritenuta rilevante. Condividi l’articolo

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Word-of-mouth: due regole e un ‘miracolo’

Word-of-mouth: due regole e un ‘miracolo’

Inutile chiamarlo word-of-mouth. ‘Passa parola’ va benissimo. È uno dei migliori strumenti di marketing, anche se è il più antico e quello meno costoso. Ma siamo sicuri che funzioni sempre? Ieri sono stato fermato da una persona. La batteria della sua auto si era esaurita e mi ha chiesto se conoscevo un elettrauto vicino. Non ne me ne veniva in mente nessuno. Proseguendo, a nemmeno 200 metri, ho scorto l’insegna di un elettrauto al quale peraltro mi ero rivolto nemmeno un anno prima! Forse è successo anche a voi. Me ne ero dimenticato. Eppure ero stato contento del suo lavoro; non era stato nemmeno troppo caro! Per far scattare il passa parola non basta avere un cliente soddisfatto. Occorre imprimersi nella sua mente in modo da essere ricordati e quindi consigliati. Riflettendo sulla mia esperienza di cliente – e di fornitore – ho iniziato una lista di ‘principi del passa parola di successo’. Ovviamente è solo un inizio e spero che voi mi aiutiate a completarla. 1) Soddisfare il cliente non basta, bisogna stupirlo! Oggi, come clienti ci aspettiamo un servizio assolutamente privo di errori, rapido e completo. Quindi per essere ricordati incontrare pienamente le attese del cliente non basta. Bisogna dare qualcosa di più. E questo ‘di più’ non sempre è il buon prezzo: è qualcosa di inatteso e di personale. Pensiamo alle nostre esperienze di viaggio per esempio. Cosa ricordiamo di una vacanza o di un soggiorno in un albergo? Che il letto era comodo? Che il bagno era pulito? No. Ci ricordiamo quel tocco personale e imprevisto. Quel ‘qualcosa in più’! 2) Un flusso di comunicazione per rimanere nel radar del cliente. Perché non mi era venuto in mente l’elettrauto al momento di rispondere allo sfortunato automobilista? Semplicemente perché… nella vita difficilmente uno pensa agli elettrauto. E viceversa difficilmente gli elettrauto pensano ai loro ex clienti. Per restare nel radar del cliente invece bisogna essere sempre presenti nella sua mente, con un flusso costante di comunicazioni. Costante ma non pressante. Secondo me un getto continuo di ‘offerte speciali’ imperdibili, limitate ed esclusive innervosisce. Meglio un flusso di comunicazioni piacevoli da leggere, prive o quasi di connotazioni apertamente commerciali e coerenti con la tipologia del cliente. 3) Il miracolo del Prospect-2-prospect. Secondo me così facendo si apre la possibilità ‘miracolosa’ di sentirsi raccomandare da un non cliente! Come gli elettrauto, io vendo servizi che non sono di utilizzo continuo. Può essere che il mio prospect non abbia avuto ancora occasione di diventare mio cliente ma abbia comunque gradito il mio modo di rivolgersi a lui. Se sono stato capace di dar vita a una narrazione ho creato una relazione diciamo così ‘platonica’ con il prospect ed è perfettamente possibile che questo lo porti a consigliarmi a un altro potenziale cliente. Condividi l’articolo

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Marketing-as-a-service. Perché no?

Marketing-as-a-service. Perché no?

Se riesco, stasera passo in palestra. Ho l’abbonamento, una delle tante subscription che ritrovo ogni mese sull’estratto conto della carta di credito: Netflix, Spotify, l’antivirus del PC… Vado in palestra perché lì posso scegliere fra le attrezzature più recenti, trovo personale esperto, incontro altre persone e… posso disdire l’abbonamento quando voglio! Scusi, ha da accedere? E così anche io sono diventato parte della subscription economy, quell’Era dell’accesso di cui scriveva (già nel 2001) il futurologo Jeremy Rifkin. Perché mai comprare dei beni (pagando costi fissi, perdendosi i vantaggi dell’aggiornamento tecnologico, rinunciando alla consulenza) quando puoi affittarli e avere sempre il meglio? Anni fa, devo ammettere, mi ero fatto la mia palestra, in un angolo della tavernetta. Cosa è successo? Quello che era il leading edge della tecnologia in pochi mesi era diventato ferraglia. Mi annoiava solo vederli quegli attrezzi, figuriamoci usarli. E voi, dopo quanti mesi vi siete stufati? Io dopo tre. In ditta il software-as-a-service lo adottiamo ormai da anni, le auto sono in serviced leasing, così come le fotocopiatrici/stampanti. Molte nostre attività potrebbero assumere la modalità as-a-service. Oh no, sul marketing non si può! Modalità as-a-service anche per il marketing, o almeno una sua parte. Cosa? Il marketing? No, quello no. Per carità! Il marketing è un ufficio, una casella nell’organigramma, un team di valorosi collaboratori. Non lo si può nemmeno pensare! O forse sì. In fondo le HR sono da sempre esternalizzate a uno studio ‘paghe e contributi’. Il ciclo passivo e attivo è on line da quando le fatture sono smaterializzate. Non parliamo della logistica. Perché il marketing non potrebbe essere realizzato in modalità as-a-service? Forse è una mentalità ‘pre-digitale’ che ci fa vedere il marketing come qualcosa di intoccabile. Una volta le aziende piccole e grandi decidevano loro se e quando apparire. Lanciavano la ‘campagna’ e poi si re-immergevano come dei sottomarini. Quando sei sul mercato, non puoi più nasconderti Da tempo ormai una azienda non può più nascondersi. E non deve farlo. Come i partiti, anche le imprese sono ‘in campagna elettorale’ 365 giorni l’anno. L’azienda deve comunicare in modo regolare e continuo così come il cuore deve battere e i polmoni inspirare ed espirare. Non smetto di respirare perché sono concentrato sulla guida. Allo stesso modo non smetto di essere presente (ad esempio sui social) perché ho focalizzato le migliori risorse del mio marketing su una campagna o su un evento. Marketing digitale e marketing ‘attivo’. Le due cose devono viaggiare in parallelo, senza ostacolarsi, senza sovrapporre le loro scadenze e le loro priorità. Esperti per fare, misurare, migliorare Marketing-as-a-service non significa dare fuori (e tantomeno fare fuori) il marketing di una azienda. Significa avere un marketing digitale gestito da esperti (come il coach in palestra) che mette a disposizione le tecnologie e gli approcci più moderni, con i quali puoi concordare e misurare andamenti e obiettivi. Significa dare costanza, allineandolo al livello più alto, mantenendo il ritmo del respiro di una azienda, liberando così risorse da concentrare sulle campagne, sulle innovazioni, sul valore aggiunto senza distrarre risorse dalla tua voglia, dal tuo bisogno di cambiare. Condividi l’articolo

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Una firma dà forza al brand, ma…

Una firma dà forza al brand, ma…

‘IO’: due lettere vicine sulla tastiera. Il monosillabo che pronunciamo più spesso. Eppure molti hanno timore a usarlo nella comunicazione di marketing. Da quando esistono i social media non c’è nessun dubbio: al centro ci sono persone che comunicano con persone. Il brand entra in questa conversazione ma in punta di piedi e chiedendo permesso. Porte aperte all ‘io’ quindi anche se scrivendo in prima persona si rischia di scivolare. Chi ‘ci mette la faccia’ corre anche il rischio di farsi molto male (e di danneggiare il brand). Metterci la faccia (e una descrizione) Regola numero uno. Nessuna falsa modestia! Chi tratta un tema vuole essere riconosciuto come un punto di riferimento su quel tema. Ma su quali basi? Serve quindi una breve auto-descrizione. Non un CV, per carità! Bastano poche indicazioni magari scritte in modo simpatico. Spunti autobiografici? Sì se… E’ possibile inserire nella comunicazione qualche accenno personale purché sia rilevante (legato al tema che si vuole trattare) e coerente con la buyer persona, cioè con il profilo dell’interlocutore ideale. Gli spunti autobiografici servono ad avvicinare il lettore all’autore. Evitiamo quindi di citare trekking in Tibet o super titoli accademici. Rimanere ‘caldi’ e differenti Se la relazione è stata aperta su un piano ‘personale’, non può essere chiusa. Cosa penseremmo di una persona che un giorno ci saluta con affetto e i giorni dopo ci tratta con freddezza? Allo stesso modo, se si sceglie un tono personale, è necessario distinguersi dalle altre forme di comunicazione aziendali sotto il profilo grafico (diversa impaginazione, differente uso delle foto e delle font di caratteri) e dei contenuti. Evitiamo di riprendere frasi o immagini presenti anche nella comunicazione aziendale. Viviamo di storie Condividere storie è sempre meglio che proporre dati. Il nostro cervello assorbe e metabolizza le storie molto meglio rispetto a ogni altra fonte di informazione: le memorizza, reagisce ad esse facendole proprie condividendole ed è portato a modificare su questa base il proprio comportamento più di quanto non farebbe davanti a un ragionamento logico. Condividi l’articolo

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